Se non ci sono i giusti, anche la giustizia non c'è

Santità, sono Don Giampiero Ialongo, uno dei tanti parroci che
svolge il suo ministero nella periferia di Roma, fisicamente a Torre
Angela, al confine con Torbellamonaca, Borghesiana, Borgata Finocchio,
Colle Prenestino.
Periferie, queste, come tante altre, spesso
dimenticate e trascurate dalle istituzioni.
Sono felice che questo
pomeriggio ci abbia convocato il presidente del Municipio:
vedremo che
cosa potrà scaturire da questo incontro con la municipalità.
E, forse,
più di altre zone della nostra città, le nostre periferie avvertono
veramente forte il disagio che la crisi economica internazionale
inizia proprio a far pesare sulle condizioni concrete di vita di non
poche famiglie.
Come Caritas parrocchiale, ma soprattutto anche come
Caritas diocesana, portiamo avanti tante iniziative che sono volte
prima di tutto all'ascolto, ma anche poi a un aiuto materiale,
concreto, verso quanti — senza distinzione di razza, di culture, di
religioni — a noi si rivolgono.
Nonostante ciò, ci andiamo sempre più
rendendo conto che ci troviamo dinanzi una vera e propria emergenza.
Mi sembra che tante, troppe persone — non solo pensionati ma anche chi
ha un regolare impiego, un contratto a tempo indeterminato — trovino
grandi difficoltà a far quadrare il proprio bilancio familiare.
Pacchi-viveri, come noi facciamo, un po' di indumenti, talvolta dei
concreti aiuti economici per pagare le bollette o l'affitto, possono
essere sì un aiuto ma non credo una soluzione.
Sono convinto che come
Chiesa dovremmo interrogarci di più su cosa possiamo fare, ma ancor
più sui motivi che hanno portato a questa generalizzata situazione di
crisi.
Dovremmo avere il coraggio di denunciare un sistema economico e
finanziario ingiusto nelle sue radici.
E non credo che dinanzi a
queste sperequazioni, introdotte da questo sistema, basti soltanto un
po' di ottimismo. Serve una parola autorevole, una parola libera, che
aiuti i cristiani, come già in qualche modo ha detto, Santo Padre, a
gestire con sapienza evangelica e con responsabilità i beni che Dio ha
donato e ha donato per tutti e non solo per pochi.
Questa parola, come
già ha fatto altre volte — perché altre volte abbiamo ascoltato la sua
parola su questo — sarei desideroso di ascoltare ancora una volta in
questo contesto. Grazie, Santità!
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R. Risposta di Sua Santità Benedetto XVI

Innanzitutto vorrei ringraziare il Cardinale Vicario per la parola
di fiducia: Roma può dare più candidati per la messe del Signore.
Dobbiamo soprattutto pregare il Signore della messe, ma anche fare la
nostra parte per incoraggiare i giovani a dire sì al Signore. E,
naturalmente, proprio i giovani sacerdoti sono chiamati a dare
l'esempio alla gioventù di oggi che è bene lavorare per il Signore. In
questo senso, siamo pieni di speranza. Preghiamo il Signore e facciamo
il nostro.

Adesso questa questione che tocca il nervo dei problemi del nostro
tempo.
Io distinguerei due livelli.
Il primo è il livello della
macroeconomia, che poi si realizza e va fino all'ultimo cittadino, il
quale sente le conseguenze di una costruzione sbagliata.
Naturalmente,
denunciare questo è un dovere della Chiesa.
Come sapete, da molto
tempo prepariamo un'Enciclica su questi punti.
E nel cammino lungo
vedo com'è difficile parlare con competenza, perché se non è
affrontata con competenza una certa realtà economica non può essere
credibile.
E, d'altra parte, occorre anche parlare con una grande
consapevolezza etica, diciamo creata e svegliata da una coscienza
formata dal Vangelo.
Quindi bisogna denunciare questi errori
fondamentali che sono adesso mostrati nel crollo delle grandi banche
americane, gli errori nel fondo.
Alla fine, è l'avarizia umana come
peccato o, come dice la Lettera ai Colossesi, avarizia come idolatria.

Noi dobbiamo denunciare questa idolatria che sta contro il vero Dio e

la falsificazione dell'immagine di Dio con un altro Dio, «mammona».
Dobbiamo farlo con coraggio ma anche con concretezza.
Perché i grandi
moralismi non aiutano se non sono sostanziati con conoscenze delle
realtà, che aiutano anche a capire che cosa si può in concreto fare
per cambiare man mano la situazione.
E, naturalmente, per poterlo fare
è necessaria la conoscenza di questa verità e la buona volontà di
tutti.

Qui siamo al punto forte:
esiste realmente il peccato originale?
Se
non esistesse potremmo far appello alla ragione lucida, con argomenti
che a ognuno sono accessibili e incontestabili, e alla buona volontà
che esiste in tutti.
Semplicemente così potremmo andare avanti bene e
riformare l'umanità.

Ma non è così: la ragione — anche la nostra — è
oscurata, lo vediamo ogni giorno.
Perché l'egoismo, la radice
dell'avarizia, sta nel voler soprattutto me stesso e il mondo per me.
Esiste in tutti noi.
Questo è l'oscuramento della ragione:
essa può
essere molto dotta, con argomenti scientifici bellissimi, e tuttavia è
oscurata da false premesse.
Così va con grande intelligenza e con
grandi passi avanti sulla strada sbagliata.

Anche la volontà è,
diciamo, curvata, dicono i Padri: non è semplicemente disponibile a
fare il bene, ma cerca soprattutto se stesso o il bene del proprio
gruppo.
Perciò trovare realmente la strada della ragione, della
ragione vera, è già una cosa non facile e si sviluppa difficilmente in
un dialogo.
Senza la luce della fede, che entra nelle tenebre del
peccato originale, la ragione non può andare avanti.
Ma proprio la
fede trova poi la resistenza della nostra volontà.
Questa non vuol
vedere la strada, che costituirebbe anche una strada di rinuncia a se
stessi e di una correzione della propria volontà in favore dell'altro
e non per se stessi.

Perciò occorre, direi, la denuncia ragionevole e ragionata degli
errori, non con grandi moralismi, ma con ragioni concrete che si fanno
comprensibili nel mondo dell'economia di oggi.
La denuncia di questo è
importante, è un mandato per la Chiesa da sempre.

Sappiamo che nella
nuova situazione creatasi con il mondo industriale, la dottrina
sociale della Chiesa, cominciando da Leone XIII, cerca di fare queste
denunce — e non solo le denunce, che non sono sufficienti — ma anche
di mostrare le strade difficili dove, passo per passo, si esige
l'assenso della ragione e l'assenso della volontà, insieme alla
correzione della mia coscienza, alla volontà di rinunciare in un certo
senso a me stesso per poter collaborare a quello che è il vero scopo
della vita umana, dell'umanità.

Detto questo, la Chiesa ha sempre il compito di essere vigilante, di
cercare essa stessa con le migliori forze che ha le ragioni del mondo
economico, di entrare in questo ragionamento e di illuminare questo
ragionamento con la fede che ci libera dall'egoismo del peccato
originale.
È compito della Chiesa entrare in questo discernimento, in
questo ragionamento, farsi sentire, anche ai diversi livelli nazionali
e internazionali, per aiutare e correggere.

E questo non è un lavoro
facile, perché tanti interessi personali e di gruppi nazionali si
oppongono a una correzione radicale.

Forse è pessimismo, ma a me
sembra realismo: fino a quando c'è il peccato originale non arriveremo
mai a una correzione radicale e totale.
Tuttavia dobbiamo fare di
tutto per correzioni almeno provvisorie, sufficienti per far vivere
l'umanità e per ostacolare la dominazione dell'egoismo, che si
presenta sotto pretesti di scienza e di economia nazionale e
internazionale.

Questo è il primo livello.
L'altro è essere realisti.
E vedere che
questi grandi scopi della macroscienza non si realizzano nella
microscienza — la macroeconomia nella microeconomia — senza la
conversione dei cuori.
Se non ci sono i giusti, anche la giustizia non
c'è.

Dobbiamo accettare questo.
Perciò l'educazione alla giustizia è
uno scopo prioritario, potremmo dire anche la priorità.
Perché san
Paolo dice che la giustificazione è l'effetto dell'opera di Cristo,
non è un concetto astratto, riguardante peccati che oggi non ci
interessano, ma si riferisce proprio alla giustizia integrale.
Dio
solo può darcela, ma ce la dà con la nostra cooperazione su diversi
livelli, in tutti i livelli possibili.

La giustizia non si può creare nel mondo solo con modelli economici
buoni, che sono necessari.
La giustizia si realizza solo se ci sono i
giusti.
E i giusti non ci sono se non c'è il lavoro umile, quotidiano,
di convertire i cuori.
E di creare giustizia nei cuori.
Solo così si
estende anche la giustizia correttiva.
Perciò il lavoro dei parroci è
così fondamentale non solo per la parrocchia, ma per l'umanità.
Perché
se non ci sono i giusti, come ho detto, la giustizia rimane astratta.
E le strutture buone non si realizzano se si oppone l'egoismo anche di
persone competenti.

Questo nostro lavoro, umile, quotidiano, è fondamentale per arrivare
ai grandi scopi dell'umanità.
E dobbiamo lavorare insieme su tutti i
livelli.
La Chiesa universale deve denunciare, ma anche annunciare che
cosa si può fare e come si può fare.

Le conferenze episcopali e i
vescovi devono agire.

Ma tutti dobbiamo educare alla giustizia.
Mi
sembra che sia ancora oggi vero e realistico il dialogo di Abramo con
Dio (Genesi, 18, 22-33), quando il primo dice:
davvero distruggerai la
città? forse ci sono cinquanta giusti, forse dieci giusti.
E dieci
giusti sono sufficienti per far sopravvivere la città.
Ora, se mancano
dieci giusti, con tutta la dottrina economica, la società non
sopravvive.
Perciò dobbiamo fare il necessario per educare e garantire
almeno dieci giusti, ma se possibile molti di più.
Proprio con il
nostro annuncio facciamo sì che ci siano tanti giusti, che sia
realmente presente la giustizia nel mondo.

Come effetto, i due livelli sono inseparabili.
Se, da una parte, non
annunciamo la macrogiustizia quella micro non cresce.
Ma, d'altra
parte, se non facciamo il lavoro molto umile della microgiustizia
anche quella macro non cresce.
E sempre, come ho detto nella mia prima
Enciclica, con tutti i sistemi che possono crescere nel mondo, oltre
la giustizia che cerchiamo rimane necessaria la carità.
Aprire i cuori
alla giustizia e alla carità è educare alla fede, è guidare a Dio.

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